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Le galline invidiose

Da un racconto di Ginevra Barbetti sul Borgo del Balsamico (Tratto dalla vera storia!)

Il cappello di paglia a tesa larga le nasconde il viso, ma avrà l’età di mia madre. Prende il sole all’ombra da questa mattina, in una mano un libro sempre allo stesso punto e nell’altra un cocktail che invece è cambiato spesso.
Sembra una di quelle signore borghesi che vivono nella campagna inglese e quando arrivano a un certo punto della vita decidono di godersi l’Italia. Posa il suo bere in bilico sul ginocchio ossuto solo per asciugarsi con eleganza il rivolo di sudore che gentile anch’esso ma tenace, scivola giù veloce dalla sua tempia. Lo fa con un fazzoletto di stoffa ricamato che poi ripone con garbo nell’incavo tra i seni. La guardo mentre sono ancora in acqua, tra i bossi del giardino all’italiana e i frutti antichi, coi gomiti appoggiati al bordo della piscina a tenermi la testa tra le mani.

La serra fotografata da Fabrizio Cecconi

Esco e mi faccio abbracciare da un telo morbido, così bianco da far male agli occhi. Pochi passi a piedi nudi verso la mia stanza e tornerò a scrivere all’ombra fresca di quegli alberi imponenti. Con l’erba calda sotto i piedi, giro intorno alla serra ottocentesca e mi fermo davanti al pollaio per guardare le galline che si muovono ritmiche. Paiono tutte quante in preda all’headbanging su un pezzo heavy metal, con la testa che si scuote avanti e indietro e le zampe tese a seguire il ritmo. Allora mi lascio andare anch’io alla prima cosa dei Metallica che mi viene in mente, libera come se nessuno mi stesse guardando. E invece, s’alza una voce da dietro il roseto. 

–  A che punto siamo col libro?
Si avvicina Cristina, la padrona di casa, col cappello e le forbici da giardinaggio. 
–  Raccontami un po’ di queste ragazze, invece.
Chiedo, spostando l’argomento con la velocità di un prestigiatore, rossa di vergogna più delle rose appena colte nella sua cesta in vimini. 

C: Quelle con la chioma voluminosa e il ciuffo sono le padovane, si chiamano Moira e Antonietta
Hanno delle piume pazzesche, sembrano cotonature uscite da un film degli anni ‘80.
G: Perché stanno confinate laggiù nell’angolo, così distanti dalle altre? 
C: Perché le spennano. 
G: Come sarebbe a dire? 
C: Le altre, le odiano.
G: E la solidarietà tra femmine?
C: Va a farsi benedire. Hai presente Cochi e Renato quando cantavano: “la gallina non è un animale
intelligente, lo si capisce da come guarda la gente”? Ecco.
G: Che storia, pare il pancrazio dell’antica Grecia.
C: Le altre sono semplici ovaiole, compagne di stanza, femmine invidiose e piene di livore che nottetempo si alleano, le placcano e strappano dalla loro testa ogni singola piuma, fino a lasciarle calve. Come ben potrai immaginare, dopo restano un po’ guardinghe verso l’umanità.
G: Sono un po’ turbata. Quindi, come si risolve?
C: Con un maschio a fare da paciere.
G: Ma il gallo canta, all’alba, ogni mattina. Qui niente sveglie digitali, analogiche o animali. Solo silenzio. Qui è il paradiso, mi è ben chiaro, ma devo salvarle.
C: No. Devono imparare ad arrangiarsi. Glielo dico ogni giorno che l’invidia somiglia alla gramigna: mai non muore, e da per tutto alligna.

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